Giovanni Paglia

Chi sono


Mi chiamo Giovanni Paglia, ho 39 anni, sono impiegato in una banca, sposato e padre di un bimbo.

Ho aderito a SEL fin dalla nascita, dopo una lunga strada fra partiti e movimenti, e dal 2010 al 2013 ne sono stato il coordinatore regionale dell’Emilia Romagna.

Cominciò tutto nel 1993, con una campanella suonata fuori orario e una scuola occupata, perché già allora si trattava di difendere il nostro futuro.

Iniziò così la stagione dei collettivi, delle riunioni in luoghi di fortuna, dei centri sociali e per qualcuno fra noi dell’incontro coi partiti.
Per me fu Rifondazione Comunista, di cui non conoscevo nemmeno il segretario, ma aveva una bella bandiera, del colore giusto, e poi, se sei nato a Ravenna e guardi a sinistra, o stai con il Partito o stai da un’altra parte.
Io scelsi l’altra parte, per istinto e la confusa memoria di un assalto al cielo precipitato fra le macerie di un muro, ma che si era pur tentato, e qualcosa doveva ricordarlo, in quegli anni sospesi fra la fine del secolo breve e l’attesa del nuovo millennio.
Andammo di corsa, io e pochi altri e poi molti di più, fra scuole di nuovo occupate, la discesa in campo di Berlusconi, Il Manifesto e la piazza antifascista del 25 aprile, e poi lo sciopero generale di ottobre. 

In un anno avevo visto Roma e Milano, ed era la prima volta.
Avevamo già una maglietta con la stella rossa dell’EZLN che in quell’anno aveva reso il Chiapas il centro del nostro immaginario.
Poi arrivò la stagione dell’Ulivo, e quella prima pagina del 1996, ancora il Manifesto, Casa del Popolo a Palazzo Chigi.
Non andò esattamente così, fra legge Treu e sacrifici per l’Europa, e finì troppo presto e nel peggiore dei modi.

Intanto avevo iniziato l’Università, facoltà di Scienze Politiche a Bologna, e dopo appena il tempo dei primi esami ero stato eletto consigliere comunale a Ravenna.
Lo vissi così quel 9 ottobre 1998, con l’orecchio incollato alla radio in una casa bolognese incapace di rispondere agli sguardi degli amici democratici di sinistra, che mi chiedevano il perché di una scelta che non capivano, e che per la verità non capivamo in tanti fino in fondo, dopo settimane di discussioni e ambiguità. Cade o non cade, e alla fine cadde, e con esso vennero giù rapporti di amicizia e un pezzo della nostra vita, perché sinistra era diventata una parola scissa.
Ci pensarono poi i bombardamenti su Belgrado a fare di una ferita una lacerazione, quando scoprimmo che nemmeno la pace era più un sentimento unificante. Noi nelle piazze e loro al posto di comando.

Furono così gli anni ’90, persi fra nostalgie e cinismo, con le sinistre al governo e la destra in cattedra, e fuochi di resistenza in cerca di prospettiva.
Finirono a Seattle, e dove se no, nel 1999, quando rinacque inaspettata la rivolta, questa volta nel centro del mondo.
Era nato il movimento no global, il nostro movimento, quello che infine scosse la mia generazione, e ci portò fino a Genova nel 2001, ad incontrare il secondo governo Berlusconi.
Finì male, con la più brutta pagina della democrazia italiana. La morte di Carlo Giuliani, le cariche del lungomare, e poi l’orrore della Diaz e di Bolzaneto. Lo stato di diritto si può scrivere come una parentesi in questo Paese, e noi eravamo rimasti fuori.
Ritornammo a Firenze e poi nel mondo, e c’è rabbia nel vedere oggi quanta ragione avessimo allora, nel denunciare i drammi e l’assenza di futuro di un modello di sviluppo fondato sulla finanza e l’aumento delle disuguaglianze.

Ci vollero la follia del terrorismo e la folle risposta della guerra infinita per gettare ancora una volta una macchia d’inchiostro su una pagina da leggere.
Questa volta in piazza ci fummo tutti, con le bandiere arcobaleno addosso e sui balconi, per il popolo afgano ed iracheno, ma anche per noi stessi, precipitati in una spirale di cui non si vedeva la fine.
L’anno lo passammo a Roma, perché era chiaro che era nelle strade che si costruiva l’opposizione a Berlusconi, e così fu, a partire dai 3 milioni di Piazza San Giovanni, in difesa dell’articolo 18 e della dignità del lavoro.

Berlusconi poi lo sconfiggemmo nel 2006, ma per me gli anni che precedettero sono indissolubilmente legati all’esperienza di Spartaco CSA, portata avanti prima in pochi e poi in tanti, fra concerti, dibattiti, assemblee, il gruppo di acquisto solidale, i corsi, la libreria, il cinema, le cene e le immancabili pulizie della domenica.
Poi bruciò, a causa di due bombole di gpl di matrice ignota, per ripartire grazie ad altri qualche anno dopo, oggi esiste ancora e io continuo a esserne fiero.
Intanto l’Italia aveva votato, si fingeva che l’Unione avesse vinto le elezioni e io ero stato eletto segretario ravennate di Rifondazione Comunista.

Durò poco, perché i numeri in Parlamento sono più forti delle buone intenzioni, e comunque in quella maggioranza abbondavano i malintenzionati.
Il resto è quasi cronaca, con Veltroni che si inventa l’auto(in)sufficienza di una cosa nuova chiamata PD, in rottura anche simbolica con la storia della sinistra, i partiti e partitini che di sinistra volevano restare che accettano con entusiasmo la teoria della rottura consensuale e improvvisano un’altra cosa a tempo chiamata Sinistra Arcobaleno, e Berlusconi che stravince le elezioni.

È così che negli ultimi 7 anni io e tutte le compagne e compagni di SEL abbiamo cercato di ricostruire una cosa chiamata sinistra sulle macerie e le intuizioni di 20 anni perduti, che coincidono con la mia vita politica, finiti nel gorgo della crisi globale.
Non ci siamo ancora riusciti, ma siamo sulla strada giusta, anche se la scopriamo ad ogni metro più tortuosa, piena di buche, di ostacoli e di inciampi.
Sappiamo però che è quella giusta, perché è la stessa su cui si incamminarono in tanti, tanti anni fa, per cambiare questo Paese nel nome dell’uguaglianza, della libertà e della solidarietà.

La tappa attuale e prossima è Sinistra Italiana, pronti ormai al congresso fondativo.

In quella strada sono anch’io, oggi deputato della Repubblica alla Camera dei Deputati, con quel po’ di storia che ho alle spalle, ma senza mai la tentazione di voltarmi indietro.